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giovedì 21 febbraio 2008

Elezioni nuove, legge elettorale vecchia


Buona parte del Paese ha sperato che le forze politiche giungessero ad un accordo finalizzato alla riforma della legge elettorale vigente. Per il conseguimento di tale scopo si sono prodigati i presidenti di Repubblica e Senato, Giorgio Napolitano e Franco Marini, ma al termine delle consultazioni avviate da quest'ultimi con i massimi rappresentanti dei vari partiti, è risultato inevitabile che alle elezioni anticipate - successivamente fissate per il 13 e 14 aprile prossimi - si andrà con la medesima legge promulgata due anni orsono.

Una legge che palesa così grottescamente i propri difetti da essere stata definita una porcata persino dal suo primo firmatario, il leghista Roberto Calderoli, e criticata più o meno aspramente da tutti i partiti, da un'estremità all'altra.

Non prevedere la preferenza diretta, negando così al cittadino il diritto di scegliere da chi essere rappresentato e delegando questo fondamentale compito ai capi-partito, è un atto non solo ingiusto ma anche incostituzionale (l'articolo 48 della Costituzione prevede che il diritto di voto non può essere limitato in alcun modo) mentre calcolare il premio di maggioranza al Senato su base regionale è una follia che fa da prodromo a un governo instabile e poco duraturo.

A pensare che si tornerà alle urne alle stesse condizioni del 2006 - condizioni che han contribuito anch'esse in modo determinante al fallimento dell'ultimo esecutivo - e che tante volte si è discusso circa l'indubbia urgenza di modificare la suddetta legge ci sarebbe da stranirsi, ma la classe dirigente italiana è spesso e volentieri camaleontica e sa trovare con estrema ed invidiabile facilità le parole adatte a giustificare il proprio trasformismo.

E così la caduta del Governo Prodi ha di fatto provocato la conclusione del dialogo (o del tentato inciucio) apertosi precedentemente tra il leader del centrosinistra Walter Veltroni e quello del centrodestra Silvio Berlusconi, posto che - dati alla mano - per quest'ultimo prima si andrà a votare e maggiori risulteranno le preferenze accordate alla coalizione da lui rappresentata. La politica italiana è così: dalla sera alla mattina - così come un accordo elettorale tra due partiti può ritenersi prima definitivamente concluso e poi saldo come non mai - la riforma di una legge può essere definita prima urgente e poi rinviabile, prima necessaria e poi superflua. Sarà per questo che il referendum elettorale è stato fatto slittare di un anno con una manovra prepotente e vergognosa.

Se prendersi il gioco della collettività fosse un mestiere, probabilmente i 15mila euro che i parlamentari si accaparrano mensilmente sarebbero congrui all'impegno profuso; ma se consideriamo che il loro dovere è quello di curare i nostri interessi, vengono i brividi. E vengono maggiormente al pensiero che c'è il serio rischio - causa la legge non riformata - di ritrovarci nuovamente un governo debole.

Fuori dai confini c'è già chi è pronto a deriderci; dentro, invece, c'è chi è pronto ad emigrare.

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